LA CULTURA DEVE ESSERE COSMOPOLITA; L'ECONOMIA POLITICA DEVE ESSERE NAZIONALE

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6 Responses

  1. enrico says:

    ciao. sto spulciando da qualche giorno il vostro sito. Direi che condivido tutto quello che sostenete (a parte forse l’intenzione di abbandonare, oltre l’euro, anche l’Unione Europea. Secondo me è una cosa da valutare in seguito alle conseguenze dello sgretolamento dell’area Euro; non è detto che il disastro non induca i tecnocrati di Bruxelles a rivedere pesantemente il razionale che ha ispirato tutti i trattati europei dal 79 in poi). Quello che mi lascia qualche dubbio è invece la strategia comunicativa. Sono perfettamente consapevole che la Germania non aumenterà mai i salari; proprio per questo forse sarebbe meglio far capire che questa possibilità, in linea teorica, esiste. Per cui chiedere in prima battuta una cosa impossibile forse aiuta a far capire a chi è bombardato dalla propaganda sempre più vacillante che trasuda dalle nostre tv dove sta il problema…

  2. stefanodandrea says:

    Caro Enrico,
    credo che fugheremo i tupi dubbi e le tue perplessità a Pescara. Tutto si inquadra in una cornice, considerata la quale talune posizioni, che a prima vista sembrano inferiori ad altre, divengono non preferibili ma addirittura imposte.
    Soprattutto, comincia a riflettere su cio: immagina che noi aprissimo un dibattito sui nostri fondamenti, ossia sul documento di analisi e proposte. Ognuno dei presenti avrebbe almeno un emendamento (aggiunta, modifica o sostituzione) da proporre (io ne avrei almeno quattro o cinque). Votati i trecento emendamenti, chi ti dice che il Documento che risulterà dalle svariate votazioni sarà per te migliore di quello precedente? Uscire dall’individualismo nel quale ci hanno cacciati significa proprio muovere dal presupposto che se abbiamo deciso di impegnarci in un determinato campo, ci guardiamo attorno e, se non abbiamo volontà di costituire un’associazione nuova e ne troviamo tre o quattro già costituite, quando di una di esse condividiamo l’80% del programma gridiamo urrà! e ci iscriviamo. Rinunciare a mettere in dicussione un fondamento che ci lascia perplessi, per evitare che ne vengano messi in discussione altri trenta che condividiamo è proprio ciò che è necessario per creare l’unità, staccandoci dagli io e costruendo un noi. Comunque sia sulla mia osservazione di metodo sia sulle tue considerazioni mi soffermerò nella mia relazione introduttiva di Pescara. A presto

  3. enrico says:

    no, non intendevo mettere in discussione alcuno statuto, ci mancherebbe altro. Quello a cui mi riferivo è il modo di portare il messaggio all’esterno. Si può benissimo esordire dicendo che “ci auguriamo di sbagliarci, per cui saremo ben lieti di essere smentiti dalla storia, ma siamo convinti che la Germania, che non ha attuato politiche espansive quando era in forte surplus, a maggior ragione non lo farà ora che la crisi comincia a bagnarle i piedi”, magari spiegando cosa vorrebbe dire una politica espansiva della Germania per i suoi partner commerciali

  4. stefanodandrea says:

    Enrico,
    è vero che la germania ha creato il surplus nei confronti dei paesi europei. Ma se non avesse deflazionato, non soltanto non avrebbe creato il surplus ma sarebbe andata in deficit nei confronti dei paesi extraeuropei, rispetto ai quali, deflazionando, è rimasta più o meno in pareggio. Quindi non lo poteva fare, salvo abbinndo una politica non deflazionista nei confronti degli altri paesi UE e una politica protezionista UE nei confronti dei paesi extraue.
    In ogni caso, non c’è nei trattati europei una disciplina contro il mercantilismo. E il coordinamento delle politiche europee, da taluni rivendicato, e che invece nei trattati è come un po’ di prezzemolo gettato per condire la melma, non implica di per sé l’impossibilità di svalutazione reale; la comune svalutazione reale è una ipotesi astrattamente percorribile come la comune rivalutazione reale abbinata al protezionismo nei confronti dei paesi stranieri. La verità è che i trattati europei non danno luogo ad uno stato. Restano più stati e gli stati competono. E a competere sono le classi dirigenti che il popolo elegge nei singoli stati, guidate da principi ideologici e interessi che esse vogliono tutelare. Per me il mercato unico è stato qualcosa senza senso, che va spazzato via. Questa analisi, forse brutale ma fondata, è accolta (purtroppo soltanto) dalla destra sociale e identitaria in Francia (quasi 19% alle presidenziali; ma crescerà), dalla destra liberista in Inghilterra (25% alle ultime amministrative) e dalla sinistra comunista ortodossa in grecia (8% nelle ultime elezioni politiche), nonché da alcuni intellettuali di tradizione marxista in rancia come Sapir, anche se il Fronte de Gauche ha proposto, poco limpidamene, un protezionismo europeo. Perché credi che in Italia un nuovo movimento non possa riuscire a trovare seguito, in tutti i cittadini che vorrebbero un’economia sociale e popolare, in base a un’analisi realistica e sincera, che dica che è assurdo che un popolo (quello italiano, al quale apparteniamo) possa far dipendere la propria vita sociale dalle scelte di un altro popolo (quello tedesco, nel caso di specie)? Perché non considerare ingenui e sciocchi gli intellettuali e economisti che propongono di risolvere i problemi italiani chiedendo al popolo tedesco di votare ed eleggere una classe dirigente che, perseguendo una politica diversa da quella seguita fino ad ora, tuteli i lavoro dei cittadini e residenti tedeschi, indebolisca le industrie che fanno concorenza a quelle degli altri paesi europei senza offrire ad esse alcuna protezione e si impegni per un protezionismo europeo? Io credo che i probemi italiani vadano risolti proponendo rimedi che noi siamo in grado di attuare anche se (come effettivamente sempre accade) ai paesi stranieri non interessa niente dell’talia (diciamo la verità: in che senso all’Italia interessa che in Grecia si ha una disoccupazione del 30%?).

    • enrico says:

      condivido tutto, ma il problema non sono io, ma il vecchietto, di destra o di “sinistra” che sia, che guarda a Mentana e a Santorocome a due rivoluzionari… per queste persone è già una folgorazione sulla via di Damasco scoprire che la moneta unica “avvantaggia” per forza economie a bassa inflazione, e magari quando lo realizza autogiustifica la sua ignoranza svanita con il fatto che “se hanno un’inflazione più bassa è perchè sono più bravi di noi quindi ce lo meritiamo”. Dirgli però che questi paesi hanno scelto deliberatamente di penalizzare i salari (cioè i loro stessi cittadini) per tenere l’inflazione bassa glieli fa immediatamente sembrare “meno bravi”. E e allora forse a quel punto nasce la curiosità e la voglia di cambiare….

  5. francesco says:

    Ciao Stefano e Enrico
    ho letto i commenti e mi permetto di dire che gia’ fare una base che unisca tutti al 70% sarebbe una vittoria visto che chi siede in parlamento dispone sotto il 30%.Quale sia la moneta e’ ininfluente se e’ comunque una moneta nazionale e’sottoposta alla politica nazionale e non ad una banca privata come la Bce.La Bce inoltre e’ in mano ad altre banche privale ,le cosiddette scatole cinesi delle partecipazioni azionarie.Oggi viene stampata moneta che non corrisponde ad una economia reale ma ai debiti dei vari paesi e piu’ ne stampi per pagare i debiti meno vale la moneta e scatena l’inflazione.Il debito pubblico americano che si formo’ negli anni 70 e imploso alla stessa maniera.Vedrete l’Ilva di Taranto chi la compra con 4 soldi(la Germania) e sara’ fatto passare dai nostri rappresentati politici come una vittoria della UE.Ho cercato di essere sintetico saluti ad entrambi

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