Emiliano Brancaccio, l'euro, il protezionismo e il socialismo patriottico

di Stefano D’Andrea pubblicato anche su Appello al Popolo

Finalmente Emiliano Brancaccio propone di uscire dall’euro (1). Non più come ipotesi subordinata rispetto alla trasformazione dell’Unione europea, secondo la tesi ancora sostenuta poco tempo fa; e nemmeno soltanto per evitare che dall’euro si esca da destra, come pure aveva proposto di recente (2). No, Brancaccio, quasi aderendo alle posizioni che da tempo andiamo sostenendo, scrive che “se salta la moneta unica, occorre rendere esplicito che ai paesi periferici dell’Unione potrebbe convenire far saltare anche il mercato unico europeo”.

In realtà la presa di posizione ancora non è sufficientemente decisa. Intanto perché inizia con una frase ipotetica per indicare un evento certo, anche se la data dell’evento è incerta: l’euro salterà. In secondo luogo perché utilizza il condizionale “potrebbe convenire”. Qui stava bene l’indicativo: conviene.

Ma la posizione di Brancaccio non è ancora quella esatta per un’altra ragione. Sembra che il mercato unico debba saltare soltanto per rendere conveniente l’abbandono dell’euro. In verità, il problema è il mercato unico, del quale la moneta unica è soltanto uno sviluppo fin da principio previsto. Per tutti gli anni ottanta l’Italia era ancora seconda nella classifica mondiale  relativa allo sviluppo economico (mentre era stata prima nei trentacinque anni precedenti al 1980). Dopo Maastricht e l’immonda legislazione ordinaria che ne è derivata, per vincoli o per “suggerimenti” dell’Unione europea, l’Italia ha subito un tracollo (3).

Come abbiamo più volte osservato il mercato unico impone la libera circolazione dei capitali anche nei confronti dei paesi terzi. E non si capisce per quale ragione l’Italia che dispone di abbondanti risparmi finanziari debba collocarsi in concorrenza fiscale con altri paesi per attirare e trattenere capitali dei quali dispone. Ma le motivazioni per le quali un socialista o un comunista o semplicemente un fautore di un’economia sociale e popolare alla Fanfani (un politico illustre della nostra nazione, che merita una statua in Piazza Navona) -salvo che si tratti di un cittadino di un paese imperiale: ma allora non si atteggi a socialista o “progressista”- deve essere per principio contrario alla libera circolazione dei capitali, sono tante: “la limitazione della libera circolazione dei capitali è la precondizione per tassare le rendite ed eventualmente (in caso di necessità) i patrimoni. Senza limiti alla circolazione dei capitali, la tassazione delle rendite ed eventualmente dei patrimoni è impossibile, perché i capitali fuggono. La protezione delle imprese nazionali rende più agevole anche la tassazione dei profitti; allo stesso modo, una certa protezione del commercio dalla concorrenza rende più agevole la tassazione dei profitti dei commercianti. Insomma ti proteggo ma ti tasso” (4). Più in generale, “Una volta stabilito che il capitale può circolare liberamente e delocalizzare, la Fiat ha la possibilità di ricattare gli operai di Pomigliano; punto e basta. Una possibilità che in caso contrario non avrebbe; punto e basta. Una volta stabilito che gli Stati europei non possono aiutare imprese pubbliche o private ma nazionali (il divieto di aiuti di stato), la politica perde uno strumento per impedire la delocalizzazione del capitale italiano nella misura in cui l’ordinamento giuridico statale consenta quella delocalizzazione; e perde la possibilità di proteggere capitale e lavoro italiani dalla concorrenza di imprese che producono in stati in cui il lavoro costa meno. E quando il capitale può ricattare gli operai, inseriti nella competizione globale da un politica cieca che ha perseguito la globalizzazione, il lavoro è merce – è merce punto e basta; è un fatto che può dispiacere ma le cose stanno così -, merce che, quindi, viene acquistata dal miglior offerente, ossia dai lavoratori di Stati in cui il salario è basso – in parte anche per il minor costo della vita – e le condizioni di lavoro meno gravose (per il capitale che acquista la merce)… Se siete favorevoli alla libera circolazione del capitale, delle merci e del lavoro non siete né comunisti né socialisti: siete filocapitalisti oppure ingenui. Se siete contrari alla libera circolazione del capitale, delle merci e dei lavoratori allora forse siete socialisti” (5).

L’alternativa alla limitazione della circolazione dei capitali è essere favorevoli al libero scambio per provocare l’indebolimento di tutta la classe lavoratrice occidentale, al fine di suscitare una rivoluzione. Tuttavia questa teoria (seguita anche da Marx) non regge: perché l’impoverimento è certo mentre la rivoluzione è una ipotesi; e perché la teoria necessita di essere sostenuta da menzogne, non essendo nemmeno immaginabile che la classe lavoratrice occidentale sopporti per venti anni un impoverimento continuo nella speranza di una rivoluzione che forse verrà e forse no: dunque la classe lavoratrice va ingannata. Si tratta del medesimo inganno teso dai liberisti, i quali sanno tuttavia che alla fine della discesa non ci sarà alcuna rivoluzione ma al più una lenta ripresa, se si vinceranno le sfide con i concorrenti.

Dunque, chiediamo a Brancaccio di fare un passo ulteriore e decisivo e di prendere atto che la sovranità in materia economica è anche e soprattutto possibilità di vincolare la circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e delle persone. L’incubo del capitale è la sovranità in materia economica; l’incubo del capitale è la libertà dei popoli (6).

In verità, Emiliano Brancaccio già un paio di anni fa si era schierato “contro l’apertura indiscriminata dei mercati” (7). Tuttavia, da un lato, in seguito non mi sembra che abbia ripreso e approfondito il tema, dall’altro già a suo tempo avevo svolto alcune osservazioni sulla tiepidezza e sulla ambiguità con le quali Brancaccio accoglie la possibilità di ricorrere al protezionismo. Rinviando al mio articolo, per quanto riguarda altri profili (8), mi limito qui ad osservare come l’idea di ricorrere a limitazioni della circolazione delle merci e dei capitali soltanto quando i paesi concorrenti non rispettino un certo “standard del lavoro” disvela che Emiliano Brancaccio non ha compreso a fondo il valore di libertà, di indipendenza, di presupposto indispensabile per la pianificazione o la programmazione racchiuso nella possibilità di vincoli alla circolazione dei fattori produttivi. Insomma la invocata esigenza di una giustificazione morale per ricorrere al protezionismo svela un’idea della protezione dell’economia come male, mentre la protezione dell’economia è il fondamento della pianificazione o programmazione (art. 41 Cost.). Ecco cosa obiettavo alla tesi di Brancaccio: “Siamo proprio certi che l’idea di condizionare i movimenti internazionali di capitali e di merci al fatto che i vari paesi rispettino un comune “standard del lavoro” sia una delle opzioni logicamente praticabili? A me sembra di no. Non riesco a capire per quale ragione un popolo di mingherlini e/o dotato di basso livello di tecnologia dovrebbe accettare di dover chiudere le fabbriche nazionali soltanto perché i concorrenti – popoli composti da uomini molto robusti e/o popoli dotati di un più alto livello di tecnologia – posseggono uno “standard di lavoro” corispondente”. Nemmeno capisco per quale ragione un popolo debba rinunciare alle proprie imprese agricole a favore di un paese vicino il quale produce a costi molto inferiori, soltanto perché da parecchi anni il salario del bracciantato nel paese vicino è cresciuto ed ha raggiunto il salario degli impiegati.

Perciò, considero molto favorevolmente il passo in avanti di Emiliano Brancaccio ma siamo ancora lontani dal socialismo patriottico, che è l’unico approdo sensato per gli ultimi comunisti, se vogliono evitare di estinguersi.

(1) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/07/17/gli-intellettuali-di-sinistra-e-la-crisi-della-zona-euro/

(2) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/06/02/uscire-dalleuro-ce-modo-e-modo/

(3) Giuseppe Guarino conferma autorevolmente tutte le analisi di Appello al Popolo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=6812. E’ abbastanza chiaro che gli attacchi speculativi alle monete europee ponevano l’alternativa: limitare la circolazione dei capitali o introdurre la moneta unica? Si veda Giovanni Magnifico, Lo Sme: un ventennio per traghettare l’Europa dal disordine valutario degli anni Settanta alla moneta unica, http://www.ilponterivista.com/article_view.php?intId=77. Nell’intervento video testé citato Guarino argomenta che furono gli attacchi speculativi a spingere verso l’adozione dell’euro, perché da altri punti di vista una stretta banda di oscillazione o cambi fissi danno luogo a qualcosa di molto simile alla moneta unica.

(4) La soluzione popolare per la crisi italiana: ritorno alla moneta nazionale, svalutazione, dirigismo e protezionismo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=4879

(5) Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla: http://www.appelloalpopolo.it/?p=1742

(6) L’incubo del capitale: la libertà dei popoli http://www.appelloalpopolo.it/?p=4488

(7) http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2010/09/contro-lapertura-dei-mercati-0909101.pdf

(8) Dalla guerra del mercato globale alla pace delle economie protette: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2125

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