IL NOSTRO NO: LE RAGIONI DEL FRONTE SOVRANISTA ITALIANO CONTRO LA RIFORMA COSTITUZIONALE RENZI-BOSCHI

FSI referendum - il nostro NO

La riforma Renzi-Boschi rappresenta solo l’ennesimo attacco alla Costituzione repubblicana operato da una classe politica liberista, esterofila, insofferente ed avversa, nonostante le dichiarazioni di facciata, al modello economico-sociale ed istituzionale delineato dai Padri Costituenti.

Un attacco che, pur ricalcando l’analogo tentativo respinto nel 2006 dal Popolo italiano con la bocciatura referendaria della riforma promossa dalla coalizione di centro-destra, vede fra i suoi fautori e sostenitori personaggi, anche di alto livello istituzionale, e formazioni politiche che allora si schierarono a difesa della Costituzione, adducendo quelle stesse argomentazioni che oggi disprezzano ritenendole come insensatamente refrattarie a un cambiamento necessario.

La riforma, peraltro, giunge a pochi anni di distanza da un gravissimo colpo inferto a quel che rimaneva della sovranità dello Stato italiano, con compromissione definitiva della residua possibilità per la Repubblica di programmare ed attuare una politica economica volta all’adempimento dei compiti inderogabili ad essa assegnati dai Costituenti e, quindi, alla soddisfazione delle esigenze dei propri cittadini: il vulnus fu la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (art. 81), introdotto dalla Legge costituzionale n. 1 del 2012, che ha addirittura anticipato le riforme imposte a livello europeo.

Va stigmatizzata, in proposito, la concordanza di tutti gli schieramenti parlamentari su tale scelta, approvata in brevissimo tempo e con una maggioranza che impedì il passaggio referendario, così come la assoluta carenza di mobilitazione, lungo l’iter parlamentare, di quelle forze e personaggi, autorevoli costituzionalisti in primis, che oggi si ergono a paladini della Carta fondamentale.

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Il FSI – Fronte Sovranista Italiano, il cui scopo statutario è il ripristino e l’attuazione della Costituzione repubblicana del 1948, si schiera con forza contro la riforma Renzi-Boschi e quindi prende ufficialmente posizione invitando a votare NO in occasione del referendum costituzionale, sia pure sulla base di ragioni parzialmente differenti rispetto a quelle sviluppate dai comitati per il NO già costituitisi.

Il FSI ritiene infatti che tali ragioni presentino delle fondamentali carenze basilari e che una vera difesa del modello costituzionale debba andare oltre il rigetto della riforma, cogliendo l’occasione per estendere il dibattito all’attuale stato di sostanziale disapplicazione del modello voluto dai Padri Costituenti e alla denuncia dell’insanabile contrasto tra Costituzione della Repubblica italiana e Trattati dell’Unione europea, tema sul quale il FSI prende una netta posizione nel suo Documento di Analisi e Proposte.

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Una vera difesa della Costituzione deve necessariamente comportare, pertanto, il rifiuto del modello liberista, globalista, mercantilista, sancito dai Trattati europei e, quindi, il rifiuto dell’Unione europea stessa, organizzazione internazionale che invece molti autorevoli sostenitori del NO vorrebbero preservare, nonostante tale loro scelta collida evidentemente con la proclamata difesa della Costituzione. Quest’ultima, di fatto, è stata progressivamente soppiantata, annullata e in definitiva disapplicata, per effetto della nostra partecipazione al processo di unificazione europea e delle scelte effettuate a livello sovranazionale.

Ciò è avvenuto con il quasi unanime e colpevole sostegno del mondo accademico, politico ed istituzionale, complici anche numerosi autorevoli attuali sostenitori del fronte del NO, dai quali il FSI aspetta, alla luce della forte presa di posizione referendaria, una chiara e definitiva scelta fra la Costituzione della Repubblica italiana e i Trattati europei.

In caso contrario riteniamo non remoto il pericolo che la campagna referendaria possa finire per oscurare le reali origini liberiste della crisi costituzionale, economica ed istituzionale in atto, rimanendo vittima della Propaganda governativa. Questo anche in virtù del fatto che alcuni aspetti della riforma Renzi-Boschi, come la garanzia della c.d. governabilità, il preteso superamento del bicameralismo perfetto e l’asserito risparmio di spesa, l’implementazione (pur truffaldina e di facciata) degli strumenti di democrazia diretta attraverso l’obbligo di esame e discussione delle proposte di legge di iniziativa popolare, il quorum ridotto per i referendum abrogativi sostenuti da 800mila firme, l’introduzione del referendum propositivo e di indirizzo, potrebbero essere agevolmente sfruttati dal fronte del sì per addolcire la pillola e rendere le modifiche accettabili agli occhi di un elettorato che, per troppi anni, è stato mediaticamente:

– ossessionato dall’esigenza di ammodernamento istituzionale;

– terrorizzato dal fantasma della spesa pubblica;

– ammaliato dal mito della democrazia diretta.

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1) LA RIFORMA È GIÀ QUI: IL DDL RENZI-BOSCHI È SOLO UNA RATIFICA

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Argomento principale della campagna referendaria per il NO, che il FSI condivide, è che le modifiche costituzionali, combinate con la nuova legge elettorale (Italicum), comportano uno stravolgimento della democrazia rappresentativa e, quindi, del modello istituzionale sancito nella Costituzione, elidendo definitivamente il principio della rappresentatività ed esautorando una volta per tutte il Parlamento, dal momento che il Potere Legislativo verrebbe concentrato nelle mani dell’Esecutivo.

Con la definitiva approvazione della riforma vi sarebbe la probabile attribuzione ad un partito unico, anche laddove espressione di una ristretta minoranza di elettori, di entrambi i poteri legislativo ed esecutivo.

Ciò influirebbe anche sull’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, fondamentali organi di garanzia e di controllo.

La riforma Renzi-Boschi tuttavia, sotto questo aspetto, non è altro che la ratifica di una situazione ormai da anni cristallizzata nella prassi parlamentare e governativa, sia per effetto dell’introduzione del sistema elettorale maggioritario a scapito del proporzionale, sia per l’utilizzo sempre più smodato ed illegittimo della decretazione governativa d’urgenza e della fiducia parlamentare. Ma la questione davvero cruciale consiste nel progressivo adeguamento dell’ordinamento italiano, in maniera sempre più automatica, alle decisioni prese a livello europeo.

L’introduzione del sistema elettorale maggioritario e il conseguente avvento del bipolarismo, insieme alla scomparsa dei partiti tradizionali per effetto del fenomeno della c.d. antipolitica seguito all’ondata di Tangentopoli, materializzatosi da ultimo nel M5S, e il collocamento degli eredi della Prima Repubblica su posizioni dichiaratamente liberiste, hanno determinato una assoluta omogeneità delle due coalizioni alternatesi al governo del Paese, su tutti i temi fondamentali soprattutto di carattere macroeconomico.

Di fatto, in Italia da oltre un ventennio abbiamo un Governo ma non il Parlamento.

Il Parlamento è morente. Non è il luogo dove si ragiona sulle modalità e i tempi di attuazione della Costituzione. Né è il luogo dove si scelgono chiari principi.

Il Parlamento, abbandonata la strada indicata dai Costituenti, non è più chiamato a scegliere tra principi, bensì, al più, tra norme di dettaglio.

La legislazione avviene sempre più mediante decreti legislativi e regolamenti con deleghe in bianco ovvero mediante decreti legge con cui vengono attuate le famose ed infinite riforme chieste a livello sovranazionale, sostanziali applicazioni delle direttive europee e dei principi dei Trattati UE: libera concorrenza, dogma della privatizzazione delle imprese pubbliche, precarietà del lavoro subordinato, contenimento della spesa pubblica entro i rigidi parametri sanciti dal patto di stabilità, assoluta libertà di circolazione, in particolar modo dei capitali.

Proprio per il ruolo di esecutrici, le due coalizioni sono state e sono omogenee. E non potrebbe essere diversamente. Quando si tratta di eseguire ordini o direttive ovvero quando si tratta di applicare e non di legiferare veramente, è naturale che debba esservi un comune consenso sui presupposti – ideali, economici, politici – delle direttive e dei vincoli “giuridici” internazionali.

Conseguenza è che i cittadini, quando discutono di politica, discutono di questioni secondarie, di norme applicative di principi dati per scontati, di svolgimenti di presupposti impliciti (e taciuti) ovvero della applicazione di quelle direttive alle quali si è accennato. Principi, presupposti e direttive che invece dovrebbero essere l’oggetto del dibattito politico.

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2) LE RIFORME ISTITUZIONALI IN TEMPO DI CRISI SONO DEMAGOGICA FOLLIA

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A partire da tali considerazioni il FSI rifiuta decisamente il ruolo prioritario attribuito dall’attuale Governo alle riforme istituzionali, non solo per il metodo (scarsa condivisione parlamentare, per di più frutto di una maggioranza eletta con una legge dichiarata incostituzionale), ma anche perché ritiene che le priorità per il Paese, al fine di uscire da una interminabile e devastante crisi, siano la riscoperta della democrazia parlamentare e l’attuazione di misure economiche che sarebbero imposte dai principi costituzionali, ma che, in quanto vietate dai Trattati europei, saranno adottabili solo previa uscita dell’Italia dall’Unione europea.

I cittadini italiani stanno vivendo un ormai decennale livellamento verso il basso delle condizioni economiche e sociali e subendo la distruzione della ricchezza e delle risorse edificate nel trentennio glorioso di attuazione della Costituzione.

Una crisi che ha poco a che fare con il sistema istituzionale che si vorrebbe modificare, ma che è invero dipendente dalla natura stessa e dai principi fondanti l’Unione europea.

La moneta unica, utilizzata da Paesi con strutture produttive, tassi di inflazione e di interesse disomogenei, unita alla libera circolazione dei capitali, ha favorito il formarsi di squilibri commerciali notevoli. Questi, allo scatenarsi della crisi, prima finanziaria e poi economica, si sono potuti fronteggiare soltanto tramite lo strumento residuale rimasto in capo ai governi, ovvero quello delle cosiddette riforme del mercato del lavoro, visti i crescenti vincoli alla politica fiscale sanciti a partire dal Trattato di Maastricht e cristallizzati con la riforma dell’articolo 81 della Costituzione, che ha introdotto il principio del pareggio di bilancio strutturale nel nostro ordinamento. Tali riforme hanno portato ad una progressiva compressione dei diritti dei lavoratori, con il fine di ridurre il loro salario reale, lasciando che i Paesi dell’area euro competessero tra loro riducendo la domanda interna. Si è così innescata una crisi ancora più profonda e durevole nei Paesi dell’area periferica, data l’impossibilità, all’interno dell’Unione europea, di adottare efficaci misure di politica economica e stante l’assoluta refrattarietà dei Paesi dell’area centrale a sostenere la domanda e la crescita dei salari. La politica deflazionistica ha conseguentemente colpito ampi settori e categorie di piccoli professionisti, imprenditori e artigiani, che vivono di domanda interna.

Il sistema disfunzionale, derivante dai Trattati europei e dalle misure imposte dall’Unione, promuove, quindi, la crescente disuguaglianza sociale, priva lo Stato italiano della possibilità di programmare una propria ed autonoma politica economica ed industriale, lo spinge a perseguire continue dismissioni di patrimonio e servizi pubblici e a praticare politiche fiscali restrittive, quando ci sarebbe disperato bisogno di massicci investimenti pubblici per condurre stabilmente il Paese fuori dalla lunga crisi.

L’effetto combinato degli aumenti delle imposte in modo regressivo, dei tagli alla spesa pubblica, con conseguente riduzione, o maggiore costo, dei servizi essenziali, delle privatizzazioni e delle misure volte ad aumentare l’insicurezza sociale dei lavoratori, non ha prodotto un sistema economico più competitivo, bensì ha promosso il trasferimento di ricchezza dai ceti bassi e medi a quelli più alti e favorito, data anche l’impossibilità del controllo dei movimenti dei capitali, l’acquisizione estera delle imprese e delle risorse nazionali da parte degli investitori stranieri.

Ulteriore minaccia deriva dai trattati di libero scambio dell’Unione europea con Paesi terzi, che vanno ad esporre a forte concorrenza estera le imprese agricole ed interi settori produttivi nazionali, già fortemente danneggiati dalle regole europee, producendo ulteriore disoccupazione oltre ad un peggioramento degli standard qualitativi dei prodotti commerciabili.

Il fatto che il Parlamento italiano non possa, nemmeno all’unanimità, emanare le leggi ordinarie indispensabili per sottrarci alla crisi in corso, perché su di esse e sulle norme costituzionali prevale di fatto il diritto europeo, esprime icasticamente la paralisi della democrazia politica. In ragione di questa prevalenza, la quale sta ad indicare che il grande capitale ha espropriato il potere del Popolo di disciplinare la propria vita economica, anche la Costituzione della Repubblica italiana è, da almeno due decenni, totalmente disapplicata dai governi e dal Parlamento nelle sue norme più programmaticamente avanzate, volte a disciplinare i rapporti economici (artt. 35-47).

A fronte di tali evidenze la riforma Renzi-Boschi viene presentata dal Governo come una necessaria semplificazione istituzionale che, grazie allo snellimento delle procedure legislative e alla assicurata garanzia di governabilità, dovrebbe rendere possibile l’adozione di misure volte a rilanciare il Paese.

In verità l’attuale sistema non ha assolutamente impedito, né a questo Governo peraltro con una parossistica accelerazione, né ai precedenti governi nel corso dell’ultimo ventennio, di adottare in misura massiccia ed indiscriminata, oltre che in tempi ridotti, tutti i provvedimenti desiderati e richiesti dall’Unione europea, attraverso i quali è stato modificato ogni ambito dell’ordinamento.

La governabilità, per di più, non è un valore costituzionale e storicamente non è mai stata fondamentale per l’applicazione della Costituzione ed il perseguimento degli interessi dei cittadini.

La Costituzione non prevede alcun Governo di legislatura. Tutta la nostra storia, sia anteriore alla Costituzione, sia successiva, è storia di governi brevi. Nove governi durante l’ordinamento provvisorio e la Costituente; tre governi nella prima legislatura della Repubblica; sei nella seconda; cinque nella terza e quattro nella quarta; sei nella quinta e cinque nella sesta; tre nella settima e sei nell’ottava; tre nella nona e quattro nella decima.

La media di durata dei governi, pertanto, è sempre stata inferiore ad un anno. Ciononostante, o forse proprio grazie a questo, il Paese, durante il trentennio glorioso di attuazione della Costituzione, ha ottenuto livelli ineguagliati di crescita per durata e qualità, perseguito la redistribuzione della ricchezza in un’ottica di giustizia sociale, garantito ai cittadini progresso, tutela crescente dei diritti e mobilità sociale.

Proprio per il tramite delle leggi elettorali volte a garantire la governabilità mediante promozione del bipolarismo con i collegi uninominali o dichiaratamente maggioritarie, si è voluta diffondere, difendere e realizzare l’ideologia falsa, mistificatoria, mortifera e acostituzionale (se non incostituzionale) del “governo di legislatura”, ferendo gravemente la Repubblica parlamentare. L’ideologia del governo di legislatura in una Costituzione che prevede la forma di governo parlamentare è un disastro logico, morale e materiale.

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3) NON BASTA UN NO: LA COSTITUZIONE VA RIPRISTINATA E ATTUATA

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Per tutte queste ragioni il Fronte Sovranista Italiano ritiene che il semplice, anche se doveroso, NO alla riforma Renzi-Boschi, non sia sufficiente a salvare la Costituzione.

È necessario che tale rifiuto sia accompagnato da una reale presa di coscienza del fatto la Costituzione repubblicana del ’48 va innanzitutto ripristinata, attraverso la rimozione delle riforme che ne hanno snaturato l’impianto originario, con particolare riferimento all’introduzione del pareggio di bilancio, e quindi attuata.

È fondamentale ampliare il dibattito politico ponendo l’accento sull’effettivo rapporto fra Costituzione e Trattati europei e sulla necessità della riconquista della piena sovranità nazionale e popolare, per ricollocare, anche di fatto, la Costituzione al vertice del nostro ordinamento e a guida del Popolo nella disciplina dei rapporti economici.

È imprescindibile comprendere che il contrasto insanabile tra la disciplina costituzionale e i principi cardine dell’Unione europea impone una scelta di campo senza cedimenti o adattamenti: l’abbandono dell’Unione europea, al fine di riprendere il percorso di attuazione della Costituzione che le spinte liberiste sovranazionali ed il processo europeo di integrazione economica e monetaria hanno bruscamente interrotto, inducendoci ad accettare, in ogni settore dell’ordinamento, riforme incompatibili con il modello costituzionale, depressive per l’economia nazionale, mortali per i diritti sociali dei cittadini italiani.

Si impone pertanto l’esigenza di una nuova classe politica espressa dalle avanguardie del Popolo e che nel Popolo ritrovi la fonte originaria di legittimità del potere, immedesimata nella Nazione, compenetrata dal senso dello Stato e del bene pubblico, mossa dall’amor di Patria, formata e selezionata democraticamente da nuovi partiti popolari, responsabile, preparata e disposta al sacrificio richiesto dal compito storico di guida, di rappresentanza politica e di direzione dello Stato.

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Il Comitato Direttivo del FSI

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2 risposte

  1. Michele ha detto:

    Totalmente d’accordo, bravissimi.
    Aggiungerei soltanto, per completezza, anche la inaudita letterina che si scambiarono Andreatta e Ciampi tramite cui venne affossato il ruolo di compratore di ultima istanza dei titoli pubblici dalla Banca d’Italia nel 1981, atto totalmente incostituzionali fatto al di fuori di qualsiasi passaggio parlamentare e che diede l’avvio alla prima grossa cessione di sovranità monetaria.

  2. stefanodandrea ha detto:

    Michele unisciti al noi. Scrivici su italiasovrana@gmail.com, almeno per fare una videoconferenza con soci della tua regione.

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