Comunità e territorio: linee guida per una programmazione urbanistica nazionale (documento approvato dall’Assemblea nazionale del FSI – 9 giugno 2019)

COMUNITÀ E TERRITORIO: LINEE GUIDA PER UNA PROGRAMMAZIONE URBANISTICA NAZIONALE


Dedicato ai nostri “padri” e ai nostri “figli”
“Dal punto di vista del costume, la battaglia urbanistica è stata, ed è, una battaglia morale”   (Fiorentino Sullo)

                                                                                                                                                            INTRODUZIONE

Dal discorso di Adriano Olivetti per l’inaugurazione della fabbrica di Pozzuoli

E’ il 23 aprile 1955, un “sabato di primavera”, il giorno scelto per inaugurare la fabbrica Olivetti di Pozzuoli. Adriano Olivetti prepara un discorso (1) che rappresenta la sintesi della sua filosofia imprenditoriale. A progettarlo è Luigi Cosenza, architetto napoletano, con la consulenza di Pietro Porcinai, paesaggista fiorentino. Entrambi convinti sostenitori della filosofia “comunitaria e umanista” di Olivetti, si batteranno tutta la vita contro la speculazione edilizia, nella convinzione che pianificare significhi superare l’individualismo e risolvere l’antitesi fra individuo e collettività e che una società governata esclusivamente dal dogma dell’economia non potrà che portare alla distruzione della natura, inclusa quella umana.

“(…) Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei

profitti?

Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?

Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli.

E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa. Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi della organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.

(…) Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.

La nostra società crede perciò nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora in eliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto. Questo stabilimento riassume le attività e il fervore che animano la fabbrica di Ivrea.

Abbiamo voluto ricordare nel suo rigore razionalista, nella sua organizzazione, nella ripetizione esatta dei suoi servizi culturali ed assistenziali, l’assoluta indissolubile unità che la lega ad essa e ad una tecnica che noi vogliamo al servizio dell’uomo onde questi, lungi dall’esserne schiavo, ne sia accompagnato verso mete più alte, mete che nessuno oserà prefissare perché sono destinate dalla Provvidenza di Dio.

Così, di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno.

Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza.

La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza.

Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costrizione e di una chiusura ostile.

Talché oggi questa fabbrica ha anche un altro valore esemplare per il futuro del nostro lavoro nel Nord e ci spinge a nuove realizzazioni per creare nuovi ambienti che traggano da questa esperienza insegnamento per più felici soluzioni. Ora che la fabbrica è compiuta a noi dirigenti spetta quasi tutta la responsabilità di farla divenire a poco a poco una cellula operante rivolta alla giustizia di ognuno, sollecita del bene delle famiglie, pensosa dell’avvenire dei figli e partecipe infine della vita stessa del luogo che trarrà dal nostro stesso progresso alimento economico e incentivo di elevamento sociale: voglio alludere all’ammirevole città di Pozzuoli e ai suoi incomparabili dintorni.

L’uomo, strappato alla terra e alla natura dalla civiltà delle macchine, ha sofferto nel profondo del suo animo e non sappiamo nemmeno quante e profonde incisioni, quante dolorose ferite, quanti irreparabili danni siano occorsi nel segreto del suo inconscio.

Abbiamo lasciata, in poco più di una generazione, una millenaria civiltà di contadini e di pescatori. Per questa civiltà, che è ancora la civiltà presente nel Mezzogiorno, l’illuminazione di Dio era reale ed importante, la famiglia, gli amici, i parenti, i vicini, erano importanti; gli alberi, la terra, il sole, il mare, le stelle erano importanti.

L’uomo operava con le sue mani, esercitando i suoi muscoli, traendo direttamente dalla terra e dal mare i mezzi di vita.

Lo sconvolgimento di due guerre ha spinto l’uomo definitivamente verso l’industria e l’urbanesimo.

Esso ha strappato il contadino alla terra e lo ha racchiuso nelle fabbriche, spinto non solo dall’indigenza e dalla miseria, ma dall’ansia di una cultura che una falsa civiltà aveva confinato nelle metropoli, negandola alle campagne del Sud.

Nacque così il mondo operaio del Nord in cui la luce dello spirito appare talvolta attenuata, in cui la spinta per la conquista di beni materiali ha in qualche modo corrotto l’uomo vero, figlio di Dio, ricco del dono di amare la natura e la vita, che usava contemplare lo scintillio delle stelle e amava il verde degli alberi, amico delle rocce e delle onde, ove, tra silenzi e ritmi, le forze misteriose dello spirito penetrano nell’anima per la presenza di Dio.

Abbiamo lottato e lotteremo sempre contro questo immenso pericolo; l’uomo del Sud ha abbandonato soltanto ieri la civiltà della terra: egli ha perciò in sé una immensa riserva di intenso calore umano. Questo calore umano l’emigrante meridionale lo ha portato e donato in tutti i paesi del mondo ed è un segno inconfondibile del contributo che l’Italia ha dato alle civiltà d’Oltreoceano fecondate con un sacrificio in gran parte misconosciuto.

Ed ecco perché in questa fabbrica meridionale rispettando, nei limiti delle nostre forze, la natura e la bellezza, abbiamo voluto rispettare l’uomo che doveva, entrando qui, trovare per lunghi anni tra queste pareti e queste finestre, tra questi scorci visivi, un qualcosa che avrebbe pesato, pur senza avvertirlo, sul suo animo. Perché lavorando ogni giorno tra le pareti della fabbrica e le macchine e i banchi e gli altri uomini per produrre qualcosa che vediamo correre nelle vie del mondo e ritornare a noi in salari che sono poi pane, vino e casa, partecipiamo ogni giorno alla vita pulsante della fabbrica, alle sue cose più piccole e alle sue cose più grandi, finiamo per amarla, per affezionarci e allora essa diventa veramente nostra, il lavoro diventa a poco a poco parte della nostra anima, diventa quindi una immensa forza spirituale.

Per questo motivo, un giorno questa fabbrica, se le premesse materiali e morali intorno ai fini del nostro lavoro saranno mantenute, farà parte di una nuova e autentica civiltà indirizzata ad una più libera, felice e consapevole esplicazione della persona umana. E’ questo l’augurio più alto che mi è caro rivolgere parlando oggi, per la prima volta, ai nostri lavoratori di Pozzuoli, onde per lunghissimi anni la Provvidenza di Dio protegga la loro coscienziosa e intelligente fatica, per farla risplendere in pacata letizia sulle loro case e sulle loro amate famiglie.

Questo sabato di primavera, in cui consacriamo con lieta cerimonia questa fabbrica frutto della fatica di tutti, non può non essere giorno di festa per Ivrea e per Pozzuoli, come per Torino e per Massa, ove sorgono gli altri stabilimenti.

E si potrà anche chiamare, questa festa, festa dell’amicizia tra Nord e Sud, festa di fraterna comprensione di lavoratori e di capi, perché nell’opera si sigilla un periodo nuovo nella restaurazione del Mezzogiorno, perché l’industria del Nord dimostra di avere preso coscienza di quel millenario problema e di averlo avviato, con impegno di dignità e di rispetto umano, verso la soluzione.

Senza dubbio ben altre operazioni, ben altre iniziative, ben altri piani, dovranno avvenire nei prossimi anni perché l’unità economica del Mezzogiorno possa essere premessa indispensabile dell’unità morale della nostra Patria.

Noi opereremo ancora in questa direzione potenziando, anno per anno, questa fabbrica e quelle iniziative che da essa potranno trarre vita. Essa è destinata nei nostri piani ad aumentare grandemente la propria dimensione quando aggiungeremo nuovi modelli alle attuali linee di produzione.

In questi anni la rivoluzione unificatrice – rimasta interrotta allorché all’unità politica non seguì una vera unità morale e materiale fra Nord e Sud – si va finalmente compiendo. Un nuovo fervore di opere percorre tutta la penisola, e una nuova concreta speranza di rinnovamento e di benessere si apre per tutti gli italiani.

Grazie a questa realizzazione possiamo avere anche noi l’orgoglio di aver contribuito, nella misura delle nostre forze, a tale felice risveglio.

Così possiamo concludere affermando che lo stabilimento di Pozzuoli è – almeno per noi – ben più di un attrezzato ed efficiente strumento di produzione: è un simbolo del modo in cui noi crediamo di dover affrontare i problemi dell’oggi, un simbolo delle cose che ci affaticano, ci animano e ci confortano.”

 

La fabbrica Olivetti a Pozzuoli (2), è quel che si dice un’ARCHITETTURA RESISTENTE, architetture che parlano, di storie umane e di valori condivisi, che sono state pensate per essere vissute dai cittadini ma inserite nei luoghi con discrezione, senza l’arroganza che spesso contraddistingue l’architettura contemporanea dove architetti “divi” traducono le esigenze dei loro ricchi committenti in una sorta di spettacolarizzazione della progettazione; è l’idea di un’architettura umile, come mezzo e patrimonio comune e non come fine.

È successo però che, a partire dagli anni ’80, con il progressivo abbandono delle attività industriali, i grandi gruppi del capitalismo avanzato, riducendo l’investimento nelle attività industriali e artigianali di qualità, aumentavano il peso di quelle immobiliari, dando origine a quel che si dice un’”urbanistica contrattata”. Così tra le altre nefandezze compiute interi quartieri industriali, anche di rara bellezza, ubicati all’interno delle città o in prossimità di esse, sono man mano stati abbandonati, diventando fonte di investimento a retaggio esclusivo di ricchi investitori, raramente recuperati per essere messi al servizio della collettività, spesso abbattuti per dare origine a orridi palazzi di cemento e vetro.

Questa situazione va oggi in contraddizione con un’urbanistica e un’architettura che dovrebbero essere pensate in forma “ecologica”, con il concetto di “zero consumo di suolo”, con il termine, mai tanto di moda come negli ultimi tempi, di “sostenibilità ambientale”.

Siamo certamente concordi sul sostenere che qualsiasi operazione di pianificazione urbanistica oggi vada obbligatoriamente orientata verso la “sostenibilità ambientale”, verso lo “zero uso di suolo”, la “rigenerazione e riqualificazione urbana” ma dobbiamo essere responsabili e non abusare di questi termini solo per un uso propagandistico, dobbiamo occuparcene seriamente nella realtà, perché non è possibile nessuna pianificazione “eco – sostenibile” del territorio se continuano ad esistere strumenti come i “Condoni edilizi”, l’“Urbanistica contrattata” e i nuovi “Diritti edificatori(3), che in realtà sono privilegi mascherati da diritti e che, sfruttando la perequazione urbanistica, incentivano ancora una volta lo sfruttamento del territorio a vantaggio di pochi e a danno di molti.

E’ necessario cominciare a porsi il problema su se vi sia contrasto tra gli strumenti di cui sopra e una pianificazione eco-sostenibile ma anche di verificare se le nuove prassi urbanistiche legittimate nelle leggi regionali siano conformi ai principi fondamentali che ancora si evidenziano dalle vigenti leggi dello Stato.

La pianificazione urbanistica è diventata una materia molto complessa che nasce per la regolamentazione dello spazio urbano ma che riguarda ormai tutto il territorio, antropomorfo o non, coinvolgendo di fatto il paesaggio nella sua interezza e, tra tutte le problematiche che vanno risolte, noi pensiamo che il compito più urgente è certamente quello di tentare di salvarlo dalla completa distruzione fornendo proposte di pianificazione urbanistica aggiornate.

E’ quindi nella speranza di una rinascita che presentiamo questo documento sulla PIANIFICAZIONE URBANISTICA dal quale partire per ricominciare a pensare il territorio in chiave, etica, sociale, ambientale e sostenibile.

 

VERSO UNA CORRETTA PIANIFICAZIONE URBANISTICA

Premessa

Le città italiane attraversando varie vicissitudini, che intuiamo anche attraverso la lettura dell’allegato sul “Quadro storico normativo” e utile per introdurre il lettore alla comprensione della complessa materia della pianificazione urbanistica, sono diventate schiave del neoliberismo capitalista e l’urbanistica ha perso il senso della realtà. Regole certe di pianificazione sono state sostituite da programmi, agende e manifesti, dove abbondano termini come sviluppo eco-sostenibile, benessere ambientale, rigenerazione urbana, sfide climatiche, cultura e bellezza delle città, riqualificazione del patrimonio esistente, consumo zero di suolo, dando per assunto che tutto ciò si possa attuare magicamente attraverso il mero buon senso degli amministratori locali e dei cittadini mentre nel contempo, in aperta e forte contraddizione, le amministrazioni locali sfornano norme che consentono a feroci capitalisti e speculatori di sfruttare il territorio per interessi personali.

A peggiorare la situazione hanno contribuito anche i cambiamenti territoriali degli ultimi decenni, e le gravissime crisi demografica, economica e sociale, forse la peggiore della storia unitaria.

In generale invecchia, su tutto il territorio, la popolazione, e si stima, ad esempio, che nella sola Milano già oggi un sesto della popolazione residente ha più di 75 anni e un quarto vive da solo. Le dinamiche demografiche in negativo segnano in particolare i centri urbani già più deboli, specie al Sud, dove luoghi, in passato caratterizzati dalla prevalenza di attività edile e di intermediazione commerciale, sono stati privati della loro maggiore attività lavorativa. Non di meno la nascita dei grandi centri commerciali lungo le statali ha concluso il ciclo dell’edilizia e, allo stesso tempo, impoverito il piccolo commercio e l’artigianato dei centri urbani e dei piccoli paesi.

Siamo dell’idea che si debba ritornare a comprendere l’urbanizzazione attraverso il vissuto dei cittadini, indagare i luoghi fisici delle città e dei suoi intorni attraverso la vita delle persone e, nello stesso tempo, è necessario predisporre lo strumento che, una volta per tutte, regoli a livello nazionale i meccanismi di operazioni sul territorio, attraverso un sistema di normative che si facciano garanti della riaffermazione di una corretta PIANIFICAZIONE TERRITORIALE PUBBLICA

La pianificazione urbanistica

La pianificazione urbanistica è, in sintesi, il complesso delle attività di studio e di progettazione (attraverso misure tecniche, amministrative ed economiche) dell’ambiente nel quale si è insediata una collettività umana”. La progettazione urbanistica riguarda non solo l’arte di costruire le città, ma anche la predisposizione di piani territoriali che dovranno regolare gli sviluppi futuri della collettività, tutelando zone di particolare interesse storico-naturalistico.

Qualsiasi operazione di urbanistica e pianificazione deve tener conto di due aspetti importanti, quello FISICO (strade, case, suolo e ambiente naturale) e quello FUNZIONALE, (l’uso dell’oggetto fisico, le sue relazioni, i servizi erogati, le attività svolte, i gruppi sociali che le vivono), di conseguenza la pianificazione urbana per funzionare DEVE ESSERE ESPRESSIONE, TECNICAMENTE COMPIUTA, DI UNA VOLONTÀ’ COLLETTIVA, QUINDI POLITICA! Non dobbiamo però dimenticarci che lo stesso deve anche essere opponibile a terzi e avere una precisa e chiara COGENZA NORMATIVA e che la sua efficacia dipende da una corretta congiunzione tra la CARTOGRAFIA e la NORMATIVA SCRITTA. E’ necessario ribadire la necessità di dotarsi di un’interpretazione del concetto di “spazio pubblico” che non si limiti alla fisicità dei luoghi ma comprenda i modi d’uso e l’esercizio dei diritti.

Funzionalità, benessere e bellezza, sono i termini che identificano un progetto di pianificazione territoriale pensato per il lungo termine e a servizio della collettività. In pratica quello che prima degli anni Ottanta era la “sottile arte del compromesso”, era l’”urbanistica regolativa”, sostituita dagli anni Ottanta in poi dall’”urbanistica contrattata”, che abbiamo descritto più approfonditamente nell’allegato “Storico normativo”.

Una delle cause più disastrose dell’urbanistica contrattata è il riciclo del denaro sporco, economia della cosiddetta “lavanderia del mattone, in quanto la filiera del cemento e dell’edilizia è quasi totalmente nelle mani della criminalità. Ciò nonostante le banche continuano a fornire prestiti per “progetti” di urbanizzazione che tolgono prezioso spazio vitale al territorio.

Alla DE-PIANIFICAZIONE concorrono quindi perequazione e compensazione che operano come deroghe all’osservanza della disciplina che in quel definito ambito deve valere generalmente, ma cede a fronte di esigenze estranee ai fini e ai modi della pianificazione urbanistica e dunque non contemplate nell’esercizio della relativa potestà di pianificazione, dove le stesse ne costituiscono, infine, l’abuso per dare vita ai diritti edificatori, che, come abbiamo visto, sono avulsi dal rapporto che li legittima, allo specifico suolo di un definito ambito.

Parafrasando Benevolo “è la fine della città”, è la manipolazione della potestà di pianificazione esercitata sul territorio come risorsa finanziaria.

Con la rivoluzione digitale e dei trasporti e le costruzioni aggressive della speculazione edilizia, generata dalla svendita del territorio con la complicità di amministrazioni compiacenti e colluse, le città si sono cominciate a sviluppare in maniera casuale e disordinata, senza le regole di una pianificazione urbanistica nazionale, dando origine alla selvaggia urbanizzazione di vaste aree, dove zone agricole di valore sono state riconvertite in insediamenti civili e produttivi creando grandi problematiche. Mentre nelle zone rurali assistiamo ad una decrescita, in quelle urbane la crescita della popolazione residente è esponenziale e, dato che nei centri cittadini non c’è spazio, e se c’è è costoso, le persone si ammassano nelle periferie che si avvicendano alla città senza soluzione di continuità. Ai margini delle grandi strade di collegamento a scorrimento veloce tra centro e periferia, uno accanto all’altro insistono i grandi colossi commerciali del prodotto economico e del commercio “mordi e fuggi”, distruttori di quella che è stata una parte della nostra eccellenza: il piccolo e medio artigiano. Non mancano i parchi del divertimento, che danno l’illusione alle popolazioni più povere della periferia che, in fondo, anche loro si divertono!

Le condizioni di vita in questi territori marginali, quali le periferie e le cosiddette “frange urbane”, non assicurano nemmeno l’applicazione dei principi fondamentali indicati dalla Costituzione: “…il diritto all’istruzione e a farsi una cultura, alla salute e alla cura, al benessere dell’ambiente e alla manutenzione del patrimonio storico-culturale, alla partecipazione alla vita sociale e politica, al rispetto delle leggi…”. In alcune di questi luoghi, o meglio non-luoghi, stanno ricomparendo le baraccopoli, ricettacolo di un’umanità “altra” abitate soprattutto da poveri e immigrati che non trovano nello Stato il loro punto di riferimento.

E’ in questi territori che si addensano in modo particolare forti minacce di speculazione ma proprio per questo, è qui che vanno colte opportunità per azioni di riequilibro territoriale fornendo strumenti di piano adeguati dove gli standard quantitativi che risultano sulla carta dei piani corrispondano veramente a realtà di verde e servizi adeguati sotto il profilo qualitativo.

Nelle megalopoli tende a scomparire la distinzione tra centro e periferia, perché “negli stessi luoghi urbanizzati, negli stessi quartieri e negli stessi caseggiati possono essere vissute entrambe le condizioni, proprie sia del centro che della periferia” (4). Questo anche per via delle modalità con cui gli interventi pubblici sono stati effettuati, senza una metodologia mirata di pianificazione territoriale. Il risultato, in mancanza di una precisa strategia d’intervento complessiva è stato quello di determinare una perdita di identità del centro e la creazione di una moltitudine di insediamenti periferici alla ricerca di un’identità urbana.

Ciò che, in particolare, non è stato colto come causa del fenomeno della periferia urbana è stata la sua natura di esito della dinamica casuale e disordinata delle città, senza che si sia tenuto conto del fatto “che i luoghi oggi considerati periferia sono diventati “la città vera, per dimensioni, consumo di suolo e presenza di una popolazione che da almeno tre generazioni ha colonizzato e trasformato questi luoghi dotandoli di storie, toponomastica e centralità”, che spesso si manca di riconoscere” (5).

Le città, intese nell’insieme del territorio circostante, potrebbero essere importanti fattori di sviluppo, trainanti del miglioramento del livello di benessere e riduzione della povertà, favorendo livelli più alti di alfabetizzazione, migliore assistenza sanitaria e di accesso ai servizi sociali, nonché maggiori opportunità di accesso al mercato del lavoro, inclusione sociale e partecipazione culturale e politica. Diciamo dovrebbe perché la crescita rapida e non pianificata ha creato invece la situazione opposta e se non si interverrà al più presto creando, o potenziando, le infrastrutture necessarie e attuando le politiche adatte, anche con interventi di generazione urbana e di edilizia sostitutiva, la situazione diventerà insostenibile.

Le aree urbane periferiche e di frangia sono caratterizzate quindi da forti diseguaglianze, poiché sono cresciuti i poveri urbanizzati che vivono molto al di sotto degli standard della dignità minima; le periferie stanno diventando sinonimo di esclusione e devianza sociale, inquinamento e degrado ambientale e, di conseguenza, di elevata spesa pubblica.

E’ alle città e dal suo rapporto con il territorio circostante, che dobbiamo partire per risolvere tutti i problemi legati allo sviluppo sostenibile e tenere conto delle tre dimensioni fondamentali: economico, sociale ed ambientale e l’urbanistica è, ovviamente, la disciplina chiave che raccoglie le disposizioni normative e regola la pianificazione degli spazi urbani, extra urbani e verdi (6).

Assistiamo ormai da decenni ad una sorta di AMBIENTALISMO ESTETICO che, lontano dal risolvere i problemi reali dei cittadini, serve principalmente ad azioni di denuncia contro quel tale amministratore.

Sono stati sventrati, nel frattempo, interi centri storici e abbattuti preziosi filari di alberi anche secolari per far posto a parcheggi e improbabili edifici di altrettante improbabili archistar del momento. Tutto ciò con il miraggio di una presunta modernità in cui le parole d’ordine sono cemento, acciaio e vetro e dove, con la scusa che tanto poi gli alberelli li appendiamo sui balconi, o sul tetto, del lussuoso e privato grattacielo sorto, tra l’altro, come un oggetto alieno nel dignitoso e storico quartiere popolare, si tolgono dallo spazio pubblico cittadino.

L’impatto benefico del verde sulla popolazione è indubbio, soprattutto se pensiamo che gli alberi rimuovono grandi quantità di inquinamento aereo e migliorano la qualità dell’aria (minor quantità di persone con problemi asmatici), in particolare se sono piantumazioni lungo strade e incroci, quindi oltre ai grandi parchi, nei centri cittadini ciò che serve maggiormente sono proprio i viali alberati e puntuali e frequenti zone verdi piantumate.

Quasi 4 cittadini europei su 5 vivono in città e la loro qualità della vita è condizionata soprattutto dalla qualità dell’ambiente urbano. Il nostro paese, in particolare, essendo costituito per lo più da centri storici, ha più di altri vissuto il trauma dei cambiamenti dovuti prima dalle rivoluzioni industriali e poi da quelle tecnologica e digitale. Le città antiche non sono adatte a grandi volumi di traffico, a grossi carichi urbanistici, al turismo aggressivo del mordi e fuggi, alle modifiche imposte dal capitalismo sulla tipologia, ad esempio, del commercio dei beni di consumo.

Il nostro Paese è testimone di interventi urbanistici isolati e scoordinati, senza alcuna logica di pianificazione e controllo, frutto di politiche devote al “Dio Denaro” e di quello che ne è il suo esecutore in campo urbanistico, l’urbanistica contrattata, e ad averne i danni maggiori sono proprio le zone verdi rimaste nei centri e quelle da urbanizzare nei territori circostanti.

Le questioni più importati e urgenti da risolvere e che costituiscono vere e proprie sfide ambientali, in particolare quelle del verde pubblico attrezzato e che, più che un elemento estetico, costituiscono un vero e proprio servizio al cittadino, si possono individuare in:

  • scarsa qualità dell’aria;
  • alti volumi di traffico;
  • inquinamento acustico;
  • aumento del volume dei rifiuti;
  • aumento del carico fognario;
  • espansione irregolare e incontrollata delle aree urbanizzate;
  • scarsità di aree per lo sport, il gioco, di spazi pubblici in generale;
  • mancanza e la bassa qualità delle aree verdi.

Le aree verdi, come abbiamo già visto, alzano la qualità della vita in quanto mitigano l’inquinamento di aria, acqua e suolo, migliorano il microclima e mantengono la bio-diversità delle specie. È quindi inconcepibile che l’elemento del verde non trovi interesse nelle politiche di gestione degli spazi pubblici, diventando anzi spesso motivo di fastidio a causa della manutenzione di cui hanno bisogno tali spazi.

Le normative sul tema sono quasi tutte di natura principalmente prescrittiva e basate su parametri mutuati da una legislazione urbanistica datata di quasi 50 anni, ma in cui si rileva, comunque, che il verde urbano non dovrebbe essere considerato solo come spazio non costruito delle città ma dovrebbe essere gestito come componente fondamentale della sostenibilità urbana, proprio grazie ai servizi che gli rende. Siamo testimoni diretti che la pratica, invece, va nella direzione opposta.

Sosteniamo fermamente che il verde pubblico debba essere considerato oggetto di politiche specifiche, pubbliche e mirate, parte imprescindibile di ogni corretta pianificazione urbana; le città hanno bisogno di un buon equilibrio tra spazi aperti attrezzati e spazi edificati.

Per concludere, nessun governo recente si è posto il problema di verificare se le nuove prassi urbanistiche legittimate nelle leggi regionali siano conformi ai principi fondamentali che ancora si evidenziano dalle vigenti leggi dello Stato.

Dobbiamo noi invece porci il compito di essere intransigenti di fronte a tale situazione e sottolineare che le leggi regionali così fatte, esonerano temporaneamente dall’osservanza della vigente disciplina urbanistico-edilizia, che pure ancora esiste, e contrastano con il principio per cui tutte le trasformazioni edilizie devono essere previste in strumenti generali di pianificazione che ne valutino la portata e la rispondenza agli interessi generali degli insediamenti umani. È contro questo principio che si sono mosse tutte le leggi regionali e locali, in quanto viene di fatto violato il riparto tra Stato e regioni della potestà legislativa (art. 118 della Costituzione), ma anche l’assetto costituzionale delle attribuzioni amministrative.

Non si investe più sul territorio e, anche quando si investe, il più delle volte lo si fa male. Abbiamo un deficit di infrastrutture perché da troppi anni questo è un paese che sfrutta il capitale fisso sociale esistente, senza riprodurlo, fino a logorarlo; manca soprattutto una strategia condivisa che indirizzi gli amministratori pubblici e i privati su un progetto collettivo, su un’idea di futuro a lungo termine che prenda dal nostro passato le proposte migliori elaborandole per progettare il futuro migliore, oltrepassando il quotidiano del “io e subito”. E’ a questo strategia che noi di FSI ci riferiamo per sviluppare le nostre proposte.

LE PROPOSTE – LINEE GUIDA PER UNA PIANIFICAZIONE URBANISTICA NAZIONALE

L’urbanistica moderna rappresenta per i governi, a seconda, una sfida per il bene della collettività o un fastidioso cavillo da risolvere, noi pensiamo sia, oltre che una sfida, anche un’occasione per “tentare di dare una risposta alle esigenze formali e funzionali di organizzazione fisica e funzionale del territorio, nate dall’impetuoso e distorto sviluppo capitalistico”. Evitare quindi, o quantomeno ridurre, il caos derivante dallo spontaneismo e programmare gli usi del territorio facendo sì che le trasformazioni, connesse allo sviluppo del sistema produttivo e ai conseguenti movimenti del pendolarismo, avvengano secondo un disegno d’insieme.

Dobbiamo porci il compito di salvare dalla completa distruzione qualsiasi parte di territorio fornendo proposte di pianificazione urbanistica aggiornate Ci chiediamo se sia ancora possibile un altro destino disegnato da una pianificazione pubblica che sappia ricucire i tagli del caos urbanistico in un disegno complessivo armonico, ribadendo il forte rapporto tra qualità della vita e qualità del territorio.

Tentiamo quindi di formulare di seguito delle proposte che si vogliono porre, che sia chiaro, come delle LINEE GUIDA, ben sapendo che, nel momento in cui ci verrà data l’occasione di intervenire concretamente, saranno poste solo come base per uno studio accurato di tutto il territorio e ciò di cui ha bisogno per migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti.

  • Rilancio del settore della progettazione e dell’edilizia, da sempre motore trainante della nostra economia, anche operando nella conversione delle professionalità coinvolte, alla Rigenerazione urbana e alla progettazione e costruzione eco-sostenibile, attraverso la formazione continua e gratuita, dove la prevalenza degli operatori, o futuri operatori, vengano formati ad un approccio più da “restauratori” che da “costruttori”.
  • Revisione del quadro normativo in materia di fiscalità immobiliare, perequazione e compensazione urbanistica, nel quale vi siano norme certe che tutelino soprattutto i cittadini, i piccoli e medi imprenditori dal caos dello spontaneismo e del capitalismo feroce, fermando definitivamente i condoni, i piani casa, le pianificazioni locali del territorio sulla base di normative e controlli severi, seguiti da pene certe, con esclusione dell’iniziativa privata come stimolo alla pianificazione pubblica. Emblematico della mancanza di strategie di questo tipo è il disastro urbanistico dell’Aquila nel post-terremoto, in quanto, ad oggi, lungi dal recuperare con interventi mirati di ricostruzione, conservazione e restauro, i monumenti, gli edifici e le piazze e pianificare il “rinascimento” della città e del territorio circostante, si è arrivati all’atto conclusivo di una storia di distruzione del vivere civile in una città.
  • Divieto di edificazione in aree agricole e/o protette con pene severe per chi compie abusi, programmando, nel contempo, pianificazioni strategiche che tengano conto di tutte le criticità dell’espansione urbana, puntando soprattutto sulla riduzione degli sprechi (rifiuti, energia, ecc). Emanazione quindi di norme e controlli più severi per la salvaguardia del verde esistente, sia urbano che extra urbano e, allo stesso tempo, pianificazione che riqualifichi i centri abitati con nuove proposte di verde e spazi pubblici attrezzati. Recupero della pianificazione paesaggistica, dove Stato ed Enti locali devono attivarsi per formare una rigorosa gestione dei piani a norma di Codice. Si necessita di norme e controlli più severi per la salvaguardia del verde esistente ma, allo stesso tempo, anche di proporre una pianificazione che riqualifichi i centri abitati con nuove proposte di verde e spazi pubblici attrezzati. Agli enti locali spetta la regolamentazione degli spazi sia pubblici, sia privati, ognuna con un proprio ambito, svolgere funzioni di coordinamento e controllo delle normative di pianificazione nazionale. Una gestione che sia unitaria, inter-comunale, possibilmente basata su zone a carattere omogeneo e che costituisca sistemi di monitoraggio della pianificazione urbanistica, del consumo di suolo e degli abusivismi, in quanto la difesa del suolo non è solo un obiettivo da perseguire solo per la salvaguardia dell’ambiente ma soprattutto un traguardo da porsi ai fini di una corretta e più ampia pianificazione urbana.
  • Incentivazione alla sostituzione edilizia di immobili degradati e fatiscenti, là dove non sia possibile riqualificarli, alla rifunzionalizzazione di aree dismesse, al rinnovo del patrimonio edilizio esistente, alla rigenerazione e riqualificazione urbana anche di interi quartieri. Puntare quindi sullo “Zero consumo di suolo e zero cemento, ovvero prima di realizzare nuove costruzioni si deve provvedere a recuperare almeno il 70% del territorio già urbanizzato, meta fondamentale per una reale pianificazione “eco-sostenibile”. Risanamento conservativo, quindi, e recupero e conservazione non solo fisica ma anche sociale dell’edilizia storica anche non monumentale (Cervellati). Dobbiamo perseguire una visione urbanistica secondo la quale la città storica e quella moderna siano complementari e insieme devono trasformarsi, attraverso una pianificazione guidata dalla mano pubblica a garanzia di trasparenza e democraticità. Proponiamo che vengano incentivati i recuperi delle aree periurbane dismesse come ruolo cruciale del rapporto di passaggio da città campagna, dei borghi storici e delle aree di archeologia industriale dismesse. Il nostro è un paese ad alta densità demografica e, secondo l’IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale), nel 2013 si stimavano circa 130 milioni per metri quadrati di superficie fondiaria dismessa sul territorio nazionale, il che ci dà un’idea della notevole potenzialità di programmi di “rigenerazione urbana” che, se attuati nella giusta misura, determinerebbero una grande limitazione del consumo di suolo urbano ed extra – urbano.
  • Porre particolare attenzione ai territori intermedi, periferie e frange urbane, che costituiscono il ventre molle del territorio urbanizzato, dove bisogna attuare politiche idonee a garantire che il fenomeno della crescita continua dell’urbanizzazione diventi sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale, in considerazione del fatto che un’urbanizzazione sostenibile richiede innanzitutto che, con l’espansione delle città, si potenzino di continuo le infrastrutture necessarie per i servizi igienico-sanitari, energia, trasporti, informazione e comunicazione; occorre, inoltre, che siano garantite pari opportunità di accesso ai servizi, che sia ridotto il numero di persone che vivono in condizioni degradate, che siano preservate le risorse naturali all’interno della città e delle zone circostanti e che siano realizzate politiche diversificate di pianificazione e gestione della distribuzione spaziale delle popolazioni residenti. proporre politiche di riduzione del traffico nei centri urbani e da e verso le periferie e le frange urbane attraverso il potenziamento delle infrastrutture pubbliche e la creazione di servizi nei centri periferici al fine di demotivare agli spostamenti continui. Respingere quindi la logica dell’espansione urbana come traino di un’economia del mattone, insostenibile sotto il profilo ambientale, sociale ed economico, e anche perché ad avvantaggiarsene sono solo le classi più abbienti, e operare esclusivamente a favore della pianificazione pubblica come unico strumento in grado di regolare i meccanismi di crescita e trasformazione sostenibile del territorio, con regole certe e garanzie estese.
  • Dobbiamo impegnarci ad adottare quindi un piano insediativo che recepisca le domande emergenti delle criticità sociali, ambientali ed economiche vissute da chi vive, lavora e si sposta tra le aree urbane ed extra urbane, ed evitare che i territori ai margini delle nostre metropoli diventino luoghi di reclutamento della delinquenza.
  • Razionalizzare il movimento delle persone sostenendo la formazione di città compatte e non città diffuse come quelle che, invece, sono state realizzate negli ultimi venti anni. E’ successo, infatti, che in molte città italiane le persone sono andate a vivere fuori dai centri storici, soprattutto per via dei costi e della caratteristiche delle abitazioni; questo ha fatto sì che si costruissero molte case fuori dalla città oppure nuovi quartieri che sono privi però dei servizi essenziali e distanti dai quelli esistenti (negozi, scuole e asili, luoghi di lavoro, ecc.) per cui le persone obbligate a continui spostamenti e con mezzi pubblici sempre più malfunzionanti sono costrette a utilizzare il mezzo privato, oppure, in mancanza di quello, a sopportare viaggi disagiati e interminabili che indeboliscono sia mentalmente che fisicamente.
  • Costituzione degli “Osservatori sull’Accessibilità”, già presente in qualche caso, in tutti gli enti locali su coordinamento di quello nazionale. Applicazione della legge 5 febbraio 1992, n. 104Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, pena sanzioni certe e commissariamento. L’eliminazione delle barriere architettoniche e urbanistiche si posiziona nelle disposizioni generali per la tutela e la valorizzazione degli insediamenti; seguendo infatti l’articolazione concettuale dei principi introdotti dalla lr 26/2008, l’accessibilità deve ritenersi insita nelle finalità precipue del governo del territorio.
  • Revisione del Codice degli Appalti, decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, (7) i cui requisiti, e le caratteristiche e procedure, penalizzano i piccoli e medi imprenditori e prestatori di servizi, come ad esempio tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della progettazione, a solo vantaggio dei grandi imprenditori edili e dei grandi studi di progettazione.

CONCLUSIONI

In generale il prerequisito fondamentale di RIFORMA URBANISTICA consiste nell’attuazione dell’incompiuta revisione, a livello NAZIONALE, di una legge quadro a cornice e disciplina dei governi del territorio, dotati comunque di autonomia pianificativa ma con più chiari livelli di omogeneità nell’interesse di tutta la Comunità.

Riteniamo sia la partenza per integrare le diverse politiche, ottimizzare le risorse del territorio e controllare e coordinare le varie procedure amministrative tra Enti preposti, anche se siamo consapevoli che l’attuale quadro normativo e, soprattutto, Costituzionale (riferito alla modifica del Titolo V), è ostativo ai nostri attuali intenti, che dovranno essere recepiti in un più ampio contesto ideologico di tutti i nostri principi, racchiusi nei valori della Costituzione del ’48 in tutta la sua interezza.

Siamo fermi nel sostenere che il ruolo dell’urbanistica, oggi più che mai, sia quello di controllare e regolare gli interessi immobiliari nell’economia e nella politica, poichè è soprattutto attraverso di essi che nelle economie liberali si costruisce e si trasforma materialmente la città e che la pianificazione del territorio di tutta la comunità non può, e non deve, essere condizionata dagli interessi privati degli speculatori che sono, per loro natura, spesso completamente avulsi dal benessere della comunità.

Ci congediamo quindi con l’auspicio che il nostro programma possa con il tempo arricchirsi di tanti altri argomenti inerenti il territorio che possiamo, senza dubbio, definire come “la casa di tutti i cittadini”.

Rosa Spadafora, Simone Molica e con il contributo di Federico Musso per “Fronte Sovranista Italiano”


NOTE:

  1. riportato interamente nel volume Adriano Olivetti, Ai lavoratori, Edizioni di Comunità, 2012.
  2. A fine anni ’80 è iniziata la conversione della fabbrica in sede di attività d’ufficio. Dopo avere ospitato tra l’altro uno dei principali centri di ricerca e sviluppo della Olivetti, oggi lo stabilimento di Pozzuoli ospita, accanto ai laboratori del CNR, la sede decentrata di alcuni istituti universitari partenopei e società di servizi, tra cui uffici e call center, secondo un modello di riuso multifunzionale degli ex edifici industriali che mette sempre insieme ricerca e produzione.
  3. I Diritti Edificatori sono gli strumenti per il cui tramite, una volta riconosciuti ai privati proprietari delle aree un pari diritto in astratto è possibile che gli stessi vengano a concretarsi in un ambito spaziale anche differente rispetto a quello legato alla proprietà del suolo. Per approfondire vedi nota (13) dell’allegato sul “Quadro storico normativo).
  4. Luca Molinari, “La periferia dopo la periferia”, in “Limes”, n. 4/2016).
  5. Luca Molinari, “La periferia dopo la periferia”, in “Limes”, n. 4/2016).
  6. Presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è istituito un Comitato per lo sviluppo del verde pubblico. Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare sono definite la composizione e le modalità di funzionamento del Comitato. Il Comitato provvede a: a) effettuare azioni di monitoraggio sull’attuazione delle disposizioni della legge 29 gennaio 1992, n. 113, e di tutte le vigenti disposizioni di legge con finalità di incremento del verde pubblico e privato; b) promuovere l’attività degli enti locali interessati al fine di individuare i percorsi progettuali e le opere necessarie a garantire l’attuazione delle disposizioni di cui alla lettera a); c) proporre un piano nazionale che, d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, fissi criteri e linee guida per la realizzazione di aree verdi permanenti intorno alle maggiori conurbazioni e di filari alberati lungo le strade, per consentire un adeguamento dell’edilizia e delle infrastrutture pubbliche e scolastiche che garantisca la riqualificazione degli edifici, in coerenza con quanto previsto dagli articoli 5 e 6 della presente legge, anche attraverso il rinverdimento delle pareti e dei lastrici solari, la creazione di giardini e orti e il miglioramento degli spazi; d) verificare le azioni poste in essere dagli enti locali a garanzia della sicurezza delle alberate stradali e dei singoli alberi posti a dimora in giardini e aree pubbliche e promuovere tali attività per migliorare la tutela dei cittadini; e) predisporre una relazione, da trasmettere alle Camere entro il 30 maggio di ogni anno, recante i risultati del monitoraggio e la prospettazione degli interventi necessari a garantire la piena attuazione della normativa di settore; f) monitorare l’attuazione delle azioni poste in essere dalle istituzioni scolastiche nella Giornata nazionale degli alberi di cui all’articolo 1, comma 1; g) promuovere gli interventi volti a favorire i giardini storici. Poi però, e qui sta uno dei problemi, al punto 3) specifica che: “All’attuazione del presente articolo si provvede nell’ambito delle risorse umane e strumentali vigenti e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Ai componenti del Comitato di cui al comma 1 non sono corrisposti gettoni, compensi, rimborsi spese o altri emolumenti comunque denominati.”, con il risultato che, non potendo effettuare spesa pubblica ed essendo, la maggioranza dei comuni italiani, in difficoltà sia di personale sia di cassa, siamo nella situazione paradossale in cui gli alberi si tagliano per mancanza di manutenzione, altro che interventi a tutela del verde urbano! Un altro problema è che la gestione locale ha portato ad avere troppe norme di diverso genere (regolamenti di settore, ordinanze sindacali, deliberazioni comunali, norme varie di carattere edilizio ed urbanistico – Sanesi, 2001) mentre la diffusione di regolamenti propriamente detti risulta essere ancora inferiore al 20% e quasi i 3/4 delle amministrazioni censite hanno norme di carattere specifico che riguardano prevalentemente solo le specie da utilizzare, la salvaguardia delle piante esistenti e le modalità di fruizione di parchi e giardini.
  7. Il decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 – comunemente conosciuto come Codice dei contratti pubblici è una norma della Repubblica Italiana, che regola la materia degli appalti pubblici di lavori, forniture, servizi e concessioni, e dei relativi contratti pubblici. Alla sua entrata in vigore, ha abrogato il precedente Codice dei contratti pubblici, ossia il decreto legislativo 163/2006. Il codice disciplina la materia in tema di appalti pubblici per lavori (opere), forniture (beni) e servizi, ed in generale la materia delle opere pubbliche. Vengono inoltre stabiliti:
  • le caratteristiche che le stazioni appaltanti e le centrali di committenza devono possedere
  • i requisiti che gli operatori economici, ovvero i soggetti privati o pubblici partecipanti alle gare d’appalto, devono necessariamente possedere
  • le procedure competitive e non competitive che devono essere seguite per affidare contratti pubblici
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Una risposta

  1. 27 Settembre 2019

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